domenica 6 ottobre 2019

accrescere la fede aumentando la gratitudine - post per #bibbiafrancescana

In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!».
Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe.
Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?
Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”». (Lc 17,5-10)

Domenica XXVII del tempo ordinario – anno C -  La lettura liturgica consegna all’ascolto della comunità cristiana due brani differenti, proposti insieme semplicemente perché sono contigui nel testo lucano. Il primo presenta la domanda degli «apostoli» rivolta a Gesù (chiamato «Signore», come avviene solitamente in Luca) di «aumentare la loro fede». La risposta del maestro è sconcertante: se essi avessero anche una dose minima di fede opererebbero cose umanamente impossibili (vv. 5-6). In altri termini, essi sono privi di fede. Il secondo brano (riportato solo da Luca) esprime il comportamento e la condizione del «servo» nei confronti del suo Signore (vv. 7-10).

Siamo sempre nel contesto del viaggio di Gesù verso Gerusalemme. Dopo le catechesi sulla misericordia (cf. Lc 15), sull’uso dei beni terreni (cf. 16,1-13), sulla povertà e ricchezza (cf. 16,19-31), il maestro tratta brevemente questioni diverse che si concludono con i due temi proposti dalla liturgia odierna.

Anzitutto, la fede (vv. 5-6). A differenza del testo parallelo di Mt 17,19-20, Luca introduce il motivo della fede senza un particolare contesto: sono gli «apostoli» che domandano al Signore una dose maggiore di fede. La risposta di Gesù fa comprendere che non è questione di quantità, ma di qualità: un «granellino» di fede autentica sarebbe sufficiente a operare prodigi.

Il secondo insegnamento del maestro (vv. 7-10) riguarda i modi e il senso del servizio del discepolo: in netto contrasto con una mentalità giuridica, piuttosto diffusa in ambiente giudaico e non solo, di sentirsi gratificati dalle opere compiute, in base alle quali avanzare diritti alla ricompensa divina (cf. Lc 18,9-14), Gesù afferma che «siamo servi inutili» e tali dobbiamo considerarci. Esclusa ogni autosufficienza (c£ Rm 3,27; 1Cor 1,29; Ef 2,9), rimane la sola «grazia» (cf. Ef 2,8).

Siamo servi inutili. Come si spiega questa frase?


Forse si potrebbe dire: “Siamo comunque ugualmente servi”. Lavorare per il Regno non è titolo di credito, ma motivo di riconoscenza. Quando fai il bene, non fai un regalo; fai il tuo dovere. È vero che sei libero di fare il bene o il male, ma solo in linea di fatto. Quando fai il bene, non pretendere ammirazione, lode, compenso: «Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare».

Viceversa, privando la comunità del tuo contributo, servizio, prestazione, tu impoverisci il prossimo: così come quando tu stesso sei impoverito per il mancato contributo, servizio, prestazione dell’ “altro”. Oggi sembra che sia stra-ordinario chi fa il bene. No! È una povertà fare il male. Il sole, la pioggia… fanno il loro servizio e nessuno si meraviglia. Dio si serve di tutti, ma non ha bisogno di nessuno; il mondo va avanti anche senza di te: ma tu puoi renderlo più bello e immagine del Bene che è Dio. Uno solo è padrone; tutto viene da Lui. A Lui si deve riconoscenza totale. Ogni nostra opera buona è restituzione. Ogni dovere compiuto è un debito pagato. Non ci resta allora che ringraziare Dio.

E così la domanda iniziale: “Accresci la nostra fede” si trasforma in “aumenta la nostra gratitudine”. Nella gratitudine la via esperienziale per fidarsi di Dio e affidarsi a Lui. Perché Lui si fida di noi, anche della nostra “inutilità”.

Francesco ama molto il paradosso proposto da Gesù Cristo dei “servi inutili” e non manca di sottolinearlo quasi come attributo proprio dei frati minori:

«E tutti coloro che vogliono servire al Signore Iddio nella santa Chiesa cattolica e apostolica, e tutti i seguenti ordini: sacerdoti, diaconi, suddiaconi, accoliti, esorcisti, lettori, ostiari, e tutti i chierici, tutti i religiosi e tutte le religiose, tutti i fanciulli e i piccoli, i poveri e gli indigenti, i re e i principi, i lavoratori e i contadini, i servi e i padroni, tutte le vergini e le continenti e le maritate, i laici, uomini e donne, tutti i bambini, gli adolescenti, i giovani e i vecchi, i sani e gli ammalati, tutti i piccoli e i grandi e tutti i popoli, genti, razze e lingue, tutte le nazioni e tutti gli uomini d’ogni parte della terra, che sono e che saranno, noi tutti frati minori, servi inutili, umilmente preghiamo e supplichiamo perché tutti perseveriamo nella vera fede e nella penitenza, poiché nessuno può salvarsi in altro modo». (Francesco d’Assisi, Regola non bollata, XXIII : FF 68)

«E tutti i frati si guardino dal calunniare qualcuno, ed evitino le dispute di parole, anzi cerchino di conservare il silenzio, ogniqualvolta Dio darà loro questa grazia. E non litighino tra loro, né con gli altri, ma procurino di rispondere con umiltà, dicendo: Sono servo inutile». (Francesco d’Assisi, Regola non bollata, XI : FF 36)

Sviluppa il tema il primo biografo, narrando dell’atteggiamento dei primi fratelli di san Francesco:

«Così, infatti, [i frati] solevano fare sempre quando si recavano da lui; non gli nascondevano neppure il minimo pensiero e i moti involontari dell’anima, e dopo aver compiuto tutto ciò che era stato loro comandato, si ritenevano ancora servi inutili. E veramente lo spirito di purezza riempiva a tal punto quel primo gruppo di discepoli del beato Francesco che, sapendo compiere opere giuste, sante e utili, non sapeva mai trarne un vano compiacimento. Allora il beato padre, accogliendo i suoi figli con grande carità, cominciò a manifestare loro i suoi propositi e ciò che il Signore gli aveva rivelato». (Tommaso da Celano, Vita prima, 30 : FF 370)

Curioso e articolato il parallelo botanico di frate Antonio di Padova, santo:

«Il nome del pero, in lat. pyrus, viene dal greco pyr, che significa fuoco. Il frutto di quest’albero sembra avere la forma del fuoco, perché parte da una base larga e poi verso l’alto va assottigliandosi come il fuoco. I frutti del pero sono perciò figura dei santi, ardenti del fuoco della carità, le cui opere partono dall’ampiezza della carità per finire poi nel restringimento dell’umiltà. Ad essi infatti il Signore dice: “Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili” (Lc 17,10)» (Sermoni, Domenica XIV dopo Pentecoste, 2).

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