Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?».
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me.
Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno». (Gv 6,51-58)
Domenica XX del tempo ordinario – anno B – Prosegue la lunga riflessione estiva sul Pane proposta nel Vangelo di Giovanni al capitolo VI. La proposta di Cristo è sempre più radicale e misteriosa, tanto da sfuggire alla comprensione di chi lo ascolta. C’è uno scarto troppo marcato tra le attese di chi lo ascolta (ancora legate al miracolo della moltiplicazione dei pani) e la proposta di Dio che le supera di gran lunga: da un pane per sfamarsi alla proposta di una pienezza di vita che va oltre il pane. Da un cibo mandato da Dio (la manna) che ha sfamato l’esigenza di vita un popolo in cammino (l’esodo) ad un cibo nuovo e diverso (Dio che “si fa pane/cibo”) per sfamare la fame di vita per sempre.
L’opposizione porta alla sorte diversa degli uni e degli altri: con la manna la morte è comunque giunta, con il pane che è Cristo non c’è la morte: chi “mangia questo pane” riceve il dono di Dio che permette loro di superare la morte e di vivere eternamente. Gesù precisa in che modo egli è il “pane della vita”: per mezzo della sua carne/vita donata per noi. E’ quanto accadrà nel triduo pasquale. Nel linguaggio biblico la carne è una componente dell’uomo, il segno della sua fragilità. cioè del suo essere votato alla morte: il Verbo fatto carne (Gv 1,14) ha preso la condizione umana davvero sino alla fine. Malgrado la sua impotenza la carne è principio di comunione. Giovanni dice del Verbo fatto carne: “Venne ad abitare in mezzo a noi” (1,14). Il primo uomo dice della donna che Dio gli presente: “E’ ossa delle mia ossa, carne della mia carne” (Gen 2,23). E’ più di una parentela, è un’origine, un destino, una sostanza comune: assumendo la nostra debolezza umana, unendosi a noi, Gesù diventa nostro pane.
Un pane ha senso ed è vantaggioso solo se è mangiato. L’entrata del Verbo nella nostra carne ci dà la vita solo se crediamo che egli è in profonda comunione con la nostra debolezza umana e che per mezzo della sua morte ci dona la vita. Gesù chiede ai suoi discepoli di entrare in comunione con la sua vita che si è donata, con il suo sangue versato e di farne il nutrimento della propria esistenza, la “sostanza” della loro fede. Chiede di essere assimilato come si assimila il pane ed il vino (carne/sangue) per la vita terrena.


